Nel mondo esistono 2 milioni e mezzo di cooperative, 1 miliardo di aderenti. Una realtà straordinaria di grandi e piccole imprese, che rivendica spazio nell'economia mondiale.

di
Dario Guidi
Bambini Africa

Una persona su sette sul nostro pianeta è socio di una cooperativa. In India parliamo di 239 milioni di persone, di 180 milioni in Cina, di 125 negli Stati Uniti. O del Giappone dove la sola Coop di consumatori ha 26 milioni di soci, della Germania che ne ha 20 milioni o dell’Inghilterra che ne ha 13 come l’Italia. Coloro che invece lavorano per una cooperativa sono circa 250 milioni di persone, pari al 9% degli occupati di tutto il globo. Nel mondo ci sono circa 2 milioni e 500 mila imprese cooperative. Cioè 1 ogni 3.000 abitanti, in paesi poveri e ricchi, nei più diversi settori produttivi e dei servizi.

Chiediamo più spazio al G20. Di fronte a queste cifre, raccontate da Pauline Green, presidente dell’Alleanza internazionale delle cooperative (www.ica.coop), vale la pena fermarsi un attimo a riflettere e ragionare. Perché è del tutto evidente che c’è, già oggi, un enorme pezzo di economia che, dentro al mercato globale, si muove provando a seguire logiche diverse dalle imprese private, multinazionali o per azioni. “Pur nella pluralità di forme ed espressioni che la cooperazione ha oggi – spiega Pauline Green – noi siamo un mondo che mette al centro della propria attività le persone, con i loro bisogni e da lì parte per costruire risposte. E lo fa in piccole comunità locali, ma anche su scala molto più ampia, attraverso aziende di grandi dimensioni. Per questo l’obiettivo politico che come Ica ci siamo dati è di promuovere un’attività e una mobilitazione che porti il G20, cioè il gruppo dei paesi economicamente più importanti, a riconoscere questa presenza, a valorizzarla e aiutarla”.Durante questa lunga e difficile crisi, la cooperazione è stata un elemento di tenuta, che ha consentito di difendere il lavoro e il reddito delle famiglie.

Cosa facciamo in Italia “Quando parliamo di noi anche in Italia – spiega il presidente nazionale di Legacoop, Mauro Lusetti – siamo troppo spesso abituati a farlo attraverso i numeri, dicendo che la cooperazione rappresenta l’8% del Pil, che abbiamo 12 milioni di soci. Quasi fosse una prova muscolare. Abbiamo invece bisogno di dire, molto di più, come usiamo la nostra forza, come incidiamo sulla vita delle persone. Il primo aspetto è la creazione di lavoro, di occupazione. Una crescita che per noi è continuata anche dopo l’arrivo della crisi. Nel 2006, ultimo anno prima dell’esplosione della crisi, i dipendenti di cooperative aderenti a Legacoop erano 429 mila, nel 2013 il numero di lavoratori era salito a 497 mila unità. In più in Italia, ogni anno nascono circa 7.000 nuove cooperative, alcune delle quali sono imprese fallite che rinascono grazie al fatto che gli operai decidono di rilevarle costituendo una cooperativa. Ma cooperazione in Italia significa anche tutte quelle realtà che cercano di costruire buona economia dai beni sequestrati e confiscati alla mafia. Sono cooperative di giovani, sempre più numerose. Infine, cooperazione significa anche Coop e Conad che rappresentano il 30% della distribuzione italiana, e che si stanno impegnando sul tema delle liberalizzazioni, dai farmaci alla benzina, garantendo benefici e risparmi a milioni di famiglie. Sono solo alcuni spunti ma credo aiutino a capire, in termini qualitativi, cosa siamo”.

Paradigmi diversi. Il punto, non solo guardando all’Italia ma in una dimensione mondiale, è se, dopo quanto si è visto in questi lunghi anni di crisi, non ci sia bisogno di usare paradigmi diversi rispetto a quello imperante del liberismo, della speculazione finanziaria, di un mercato tutto imperniato sul profitto. Come se, quando la parentesi della crisi sarà chiusa, tutto sarà destinato a ripartire esattamente come prima. Una economia pluralista No, non è così, non sarà così. C’è bisogno di pluralismo nei modelli d’impresa, ma soprattutto c’è bisogno di più solidarietà e di forme di relazione che partano dalle persone. “L’idea che molti continuano a sostenere, e cioè che facendo diventare i ricchi più ricchi, c o m u n q u e qualcosa gocciolerà sotto e dunque qualche beneficio ci sarà, è sbagliata e non regge – spiega Leonardo Becchetti, docente di economia politica all’Università di Tor Vergata – L’idea di un homo oeconomicus che è felice solo se guadagna di più non spiega la realtà, non spiega, ad esempio, la grande realtà di chi fa volontariato. Per questo serve una forte bio-diversità nell’organizzazione dell’economia, devono crescere le imprese che non massimizzano i profitti. Io da sempre sostengo che i cittadini votano col loro portafoglio, nel senso che facendo la spesa possono incidere e premiare chi si comporta in modo diverso. Una recente indagine Nielsen, dice una cosa molto significativa e che cioè più del 40% dei cittadini al mondo è disposta a pagare di più per avere beni e prodotti sostenibili ed eticamente responsabili. Questa può essere una leva di cambiamento molto importante, capace di incidere su intere filiere”.

Coop di grandi dimensioni. Pur riconoscendo alla cooperazione un punto di partenza positivo, cioè l’attenzione alle persone e ai loro bisogni, molti spesso, anche in Italia, esprimono perplessità quando la cooperazione diventa impresa di grandi dimensioni. Questo è compatibile con i valori e la distintività originaria? Qui può essere utile allargare lo sguardo e vedere come tra le prime 30 grandi cooperative al mondo non ce ne sia neppure una italiana. In testa troviamo tre colossi del mondo assicurativo giapponese, poi la statunitense State Farm Group (52 miliardi sempre in campo assicurativo), poi c’è la francese Leclerc nel campo della distribuzione. E scorrendo la classifica spuntano imprese della Germania, della Sud Corea, degli Usa, della Svizzera, dell’Inghilterra, della Nuova Zelanda, dell’Olanda, del Canada. E si scopre come sigle, magari note, sono cooperative, pensiamo a banche come la francese Credite Agricole o l’olandese Rabobank. “Dunque la situazione italiana – spiega ancora il presidente di Legacoop, Lusetti – va inquadrata in questo contesto. C’è nel mondo una cooperazione che è cresciuta e che è stata capace di vincere le proprie sfide. In più, sul tema dimensioni, voglio anche ricordare che per far nascere nuova cooperazione servono risorse che possono venire solo se si hanno le spalle robuste. E dunque le grandi cooperative sono fondamentali per sostenere l’intero sistema e aiutare i piccoli a nascere e crescere. Sul piano dei valori, dell’etica e del rispetto dei principi, il tema dimensioni non credo incida. Siamo pieni di esempi di buone pratiche in grandi cooperative e ad esempi meno brillanti in piccole realtà”.

Nuova cooperazione. Un ragionamento che condivide in pieno anche un economista come Leonardo Becchetti: “Io sono stato contrario alla riforma, recentemente varata del governo, sulle Banche popolari italiane che ha imposto, a quelle superiori agli 8 miliardi di raccolta, di abolire il voto capitario e diventare di fatto delle normali società per azioni. Non c’era alcun motivo o evidenza che imponesse di fare ciò. Un colosso come la canadese Banque du Jardin, parliamo di una realtà cooperativa da 220 miliardi di fatturato, ha dimostrato di avere le migliori pratiche in assoluto di tutela del risparmio e come standard etici. In più la grande cooperazione serve a far crescere nuova cooperazione. In questo mercato più si cresce e più si possono fare le cose che vorremmo”. Per questo serve più cooperazione, dove la cooperazione è un arcipelago di forme e dimensioni diverse, che deve restare in costante dialogo con i soci, con le persone, con i territori, che deve aggiornare costantemente la sua governance, essere trasparente, ma che è fondamentale per avere un mercato economico più equilibrato e solidale.