di
roberto cavallini

Barcollo, ma non mollo. Uno degli slogan che ha aiutato i terremotati emiliani a tener duro dopo il sisma, sembra attagliarsi perfettamente anche alle famiglie italiane in questa ormai lunga fase di crisi economica. Sì, perché i colpi arrivati sono stati tanti e duri, ma nonostante questo la famiglia nelle sue sempre più articolate espressioni e formule si è confermata il baluardo della società italiana, la robusta cellula che ha davvero fatto da ammortizzatore contro i colpi della crisi, forse molto più di quanto non abbia fatto lo Stato. 

Colpi duri si diceva. Perché c’è chi ha perso il lavoro, chi è finito in cassa integrazione, chi ha comunque visto ridimensionarsi le entrate. E comunque per tutti sono aumentate le spese ineludibili (bollette gas e luce, benzina) e le tasse (dall’Iva all’Imu alle diverse addizionali regionali e locali). Uno studio di Federdistribuzione stima in un più 20 per cento l’aumento del prelievo fiscale negli ultimi anni per un impatto fi no a 1.200 euro a famiglia. 

Chiaro che, in questo contesto, la “revisione delle spese” le famiglie italiane l’hanno già fatta da tempo. Non l’hanno scelto tra diverse opzioni possibili, ma semplicemente hanno dovuto. Sì, perché quando in casa entrano meno soldi (il reddito medio di una famiglia nel 2010 è stato di 32.714 euro annui) e le preoccupazioni per il futuro crescono, tagliare e razionalizzare le spese è un dovere, un banale esercizio di prudente e saggia amministrazione. 

Questo è avvenuto senza aspettare che col governo Monti il termine spending review, per altro a molti ancora oscuro, invadesse le cronache. benissimo anche in tempi di crisi. Del resto i dati sul calo dei consumi sono sotto gli occhi di tutti. E sul fatto che il valore medio dello scontrino si è ridotto. Dove prima c’erano il pesce o la bistecca di vitello ora magari c’è la più economica fetta di tacchino. Non a caso un’indagine Coldiretti-Coop ha spiegato, cifre alla mano, come la crisi abbia fatto bene al consumo di pasta (più 4,7 per cento nel 2012), un prodotto che si sposa assai bene con i desideri di chi vuol contenere i costi. Così in Italia ne consumiamo ormai 26 chili a testa in un anno. Ma i tagli non riguardano solo l’alimentare, pagano pegno e anche pesantemente l’abbigliamento, gli elettrodomestici, l’elettronica di consumo, i mobili. Per non parlare delle automobili.

Taglio netto

Secondo i dati della Banca d’Italia le famiglie italiane, mediamente composte da 2,53 componenti (di cui 1,6 è percettore di reddito) hanno perso il 6 per cento del reddito disponibile rispetto alla fase pre-crisi. E questo è un dato medio, nel senso che uno degli altri effetti della crisi è quello di aumentare le distanze tra ricchi e poveri, a tutto svantaggio dei più poveri. Basti ricordare che, secondo l’Istat, nel 2011 (e le cose, arrivando ad oggi, sono sicuramente 

peggiorate), l’11,1 per cento delle famiglie si trovava in condizioni di povertà relativa: ben 8,3 milioni di individui, pari al 13,8 per cento della popolazione. 

Tra le famiglie senza alcun reddito proveniente da attività lavorative, l’incidenza della povertà, che era pari al 40,2 per cento nel 2010, si impenna al 50,7 per cento nel 2011. Sulla sponda opposta segnaliamo, invece, che il 10 per cento delle famiglie più ricche, nel 2008 possedeva il 44,3 per cento della ricchezza complessiva del Paese. 

Nel 2010 questa percentuale è salita al 45,9 per cento a dimostrazione che ai ricchi viene permesso di passarsela benissimo anche in tempi di crisi. 

Più povertà dunque, come dimostra il fatto che il 53 per cento delle famiglie (dato Bankitalia) non è in grado di fronteggiare una spesa inaspettata. Ovvero si naviga a vista, stando ben attenti a evitare scogli e rimandando tutte le spese non fondamentali. Secondo l’istituto di ricerca Eurisko, come spiega il suo presidente onorario Giuseppe Dinoia, «il 67 per cento delle famiglie si sente colpito dalla crisi. Da qui nascono strategie di consumo diversificate, nel senso che solo un 20 per cento di famiglie italiane dice che può continuare a fare acquisti scegliendo il meglio, mentre un 42 per cento dice di aver ridotto i consumi e un 38 per cento difende i livelli di consumo, ma per far questo cerca sempre più convenienza, offerte e prezzi bassi». 

Del resto i dati sul calo dei consumi sono sotto gli occhi di tutti. E sul fatto che il valore medio dello scontrino si è ridotto. Dove prima c’erano il pesce o la bistecca di vitello ora magari c’è la più economica fetta di tacchino. Non a caso un’indagine Coldiretti-Coop ha spiegato, cifre alla mano, come la crisi abbia fatto bene al consumo di pasta (più 4,7 per cento nel 2012), un prodotto che si sposa assai bene con i desideri di chi vuol contenere i costi. Così in Italia ne consumiamo ormai 26 chili a testa in un anno. Ma i tagli non riguardano solo l’alimentare, pagano pegno e anche pesantemente l’abbigliamento, gli elettrodomestici, l’elettronica di consumo, i mobili. Per non parlare delle automobili.

Mi risparmio

Oltre alla riduzione delle spese, l’altra chiave di volta della capacità delle famiglie italiane di assorbire per quanto possibile i colpi della crisi è stata nella capacità di risparmio, storicamente più alta di quella di altri paesi europei. Ma se nel 1990 questa capacità di risparmio era pari al 22 per cento del reddito, oggi siamo a meno del 10 per cento. 

Secondo il Censis, nel 2011 soltanto il 28,2 per cento delle famiglie italiane è stato in grado di mettere da parte una 

quota del proprio reddito mensile, il 53 per cento è andato in pari tra quanto speso e quanto guadagnato, il 18,8 per 

cento non è riuscito a coprire per intero le necessità di consumo. Un’analisi di Confcommercio evidenzia poi come il risparmio espresso in termini monetari assoluti sia oggi di circa 20 miliardi di euro inferiore a quello di 20 anni fa (120 miliardi del 1990 contro i circa 100 miliardi del 2010), solo che nel frattempo i prezzi sono aumentati del 50 per cento e 

dunque il potere d’acquisto si è praticamente dimezzato. 

Se la famiglia ha funzionato da ammortizzatore, va segnalato come la crisi abbia comunque colpito duro specie i giovani. I dati sulla disoccupazione giovanile sono drammatici (ormai siamo a 1 giovane su 2 senza lavoro) e dunque 

restare più a lungo in famiglia (o tornarci dopo esserne usciti) è sempre più diffuso e pesante. Anche il recente dato sul crollo dei mutui immobiliari (meno 47 per cento nei primi mesi 2012) racconta sempre la stessa storia: giovani che non possono più comprare casa e che non possono fornire a banche impietose le garanzie di reddito richieste. 

Così la spirale si avvolge sempre più su se stessa. Il punto più delicato, però, è la prospettiva, perché che si sia già toccato il fondo può essere una speranza, ma non è per nulla una certezza. Anzi. Il finale del 2012 è già compromesso 

(ormai le stime sul calo de Pil vanno dal 2 per cento in su) e per il 2013 le incognite sono numerose.

Conti alla rovescia

Le famiglie in questi anni hanno barcollato ma retto, a costo di bruciare parte delle riserve accumulate e con complicati equilibrismi nel fare la spesa. Ma se le cose non dovessero migliorare che si fa? «Quel che è certo – spiega Daniele Tirelli, esperto di consumi e presidente di Popai Italia – è che le famiglie, in questi anni di crisi, hanno dato molto più di quanto hanno ricevuto ». Ora sarebbe arrivato il momento di invertire la tendenza. E la parola dovrebbe tornare alla politica, con misure che al rigore sulla tenuta dei conti pubblici, accompagnino stimoli alla crescita, riduzione delle tasse e rilancio dei consumi. Senza soldi in tasca e senza, soprattutto, una visione positiva del futuro non si va da nessuna parte. E questo discorso riguarda in particolare i giovani, non a caso descritti come i più pessimisti dalle indagini effettuate in questi mesi. Del resto – sono sempre i dati di Bankitalia a parlare – se per chi è nato dal 1910 al 1965 le aspettative di reddito e di benessere sono progressivamente cresciute, per chi è nato dopo il 1965 queste aspettative stanno progressivamente calando. Tirelli non a caso invita a riflettere su una massima americana secondo cui “la costruzione del futuro avviene sulle spalle dei nostri genitori”. Mentre qui in Italia sembra ci siano generazioni che si sono garantite il proprio presente sulle spalle dei figli e delle generazioni future. 

E questo proprio non va bene. Perché così anche la famiglia, anzi, le famiglie, nella declinazione di modelli plurale ormai acquisita, non basterà a far reggere il Paese.