Impegno concreto contro mafie e ingiustizia.
Don Ciotti racconta il suo rapporto con Coop: “Abbiamo raggiunto risultati importanti, ma c’è ancora tanto da fare”.

Coop, unica catena della grande distribuzione organizzata, accoglie nei suoi punti vendita dal 2004 i prodotti di “Libera Terra”, ovvero i prodotti provenienti dalle terre confiscate alla mafia oggi coltivate e messe a profitto. Non si tratta certo di un’esperienza conclusa, ma anzi in forte crescita. Vogliamo comunque tracciare un breve bilancio?
È stata un’esperienza molto positiva, che ha accompagnato la crescita di queste cooperative portando competenze e consulenze preziose soprattutto nella costruzione di una rete commerciale. Per la prima volta in Italia si possono trovare negli scaffali dei negozi prodotti provenienti dai territori confiscati alle mafie, prodotti che questa collaborazione ha migliorato anche nella qualità. È un segno importante, un potere dei segni che si contrappone ai segni del potere mafioso. In secondo luogo la collaborazione con Coop – che in alcuni casi si è tradotta in atti di partecipazione concreta, come nel caso di Coop Adriatica, diventata socia della Cooperativa Placido Rizzotto – ha permesso la diffusione della conoscenza di queste realtà, del loro valore sociale. È stata un importante veicolo culturale, non soltanto commerciale. È essenziale che la collaborazione continui a svolgersi all’insegna di questo spirito, della volontà di migliorarsi ma anche di fare emergere, se necessario, nodi e contraddizioni. Guai se un rapporto perde la sua coscienza critica, la capacità di essere di reciproco stimolo per chi lo vive.

Dal 2006 Coop ha aderito in qualità di socio a “Cooperare con Libera Terra”, l’agenzia per la promozione cooperativa e della legalità pensata come uno strumento di supporto per aiutare lo sviluppo delle cooperative che operano sulle terre e gestiscono beni confiscati alle mafie. Dunque non una mera dichiarazione di principi, ma un impegno concreto...
L’agenzia “Cooperare con Libera Terra” ha messo insieme più di cinquanta realtà, di vario tipo, ciascuna con le sue specificità e le sue competenze. La Coop non ne ha fatto solo una questione di solidarietà: ha praticato in concreto la prossimità, il che significa accompagnamento, sostegno, messa a disposizione delle strutture per momenti di incontro, di approfondimento. La solidarietà è stata il punto di partenza per un progetto più articolato e impegnativo di promozione di diritti e quindi di giustizia. Così intesa non è mai marketing, né accreditamento d’immagine. È un azione che vuole incidere sugli equilibri sociali, sulle cause delle disuguaglianze. Tanto da essere vissuta da alcuni come un’interferenza, un’indebita uscita dai ranghi neutri della beneficenza…

Nel segmento della grande distribuzione organizzata sempre di più la competizione fra insegne ruota intorno al prezzo basso, il più basso. Ha senso a suo avviso una competizione basata solo sul prezzo? Solo col prezzo più basso si misura il merito?
Mi manca la competenza tecnica per fornire una risposta adeguata. Credo però che la questione rimanga quella del rapporto tra qualità e prezzo, cioè della capacità di fornire prodotti di qualità tenendo conto non solo delle esigenze ma anche delle possibilità della gente. È chiaro che è necessaria una scelta di fondo circa il modello economico da seguire. Quello consumistico non tiene gran conto di questi equilibri. Sul consumismo costruisci potere, strategie per possedere e accumulare denaro. Va perciò rivalutata e messa in grado di operare un’altra economia, che tenga conto non solo di noi ma degli altri, non solo del qui ma dell’altrove, non solo dell’oggi ma del domani. Un’economia per l’essere e non solo per l’avere, che metta il maggior numero di persone nella condizione di vivere una vita serena e dignitosa, liberandole dalla povertà, dallo sfruttamento, dalle ingiustizie. La creazione delle nostre cooperative ha perseguito quest’obiettivo, pur nell’esigenza di misurarsi con il mercato costruendo realtà imprenditoriali vere, posti di lavoro, ricchezza sociale.

Come vede il futuro per la cooperazione?
Non sempre la cooperazione ha vissuto a fondo quello che è il suo spirito originario, uno spirito che oggi va recuperato non solo nelle sue espressioni legali e giuridiche, ma nella volontà di costruire un “noi”. Insieme alle cooperative di fatto, va incentivato un metodo e un impegno che comincia dalla disponibilità al lavorare insieme. Solo così possiamo costruire realtà più solidali, più giuste, più umane. Ci aspetta una grande sfida che è insieme educativa e culturale, perché se l’impegno non incide nelle coscienze, non apre le menti e i cuori alla dimensione relazionale e plurale della vita, difficilmente riesce a costruire giustizia. Le cooperative sono storicamente nate per questo, per andare incontro alle difficoltà delle persone, includere e dare dignità a chi faceva più fatica o stava ai margini della vita sociale. La nostra è stata una collaborazione importante ma che deve ancora crescere, allargarsi, arricchirsi di stimoli e di reciprocità, nella disponibilità a custodire e rinnovare quello spirito, nel non stancarci mai di rivisitare le motivazioni di fondo del nostro agire.


DON LUIGI CIOTTI
Don Luigi Ciotti è un sacerdote attivo nella lotta alla mafia. Il suo impegno pubblico inizia nel 1966 con la creazione del “Gruppo Abele”, che opera all’interno delle carceri minorili ed aiuta le vittime della droga; nel 1986 Ciotti diventa il primo presidente della Lega italiana per la lotta contro l’Aids (LILA).
Nel febbraio 1993 pubblica il primo numero del mensile “Narcomafie” e il 25 marzo 1995 fonda “Libera”, una rete di organizzazioni impegnate nella lotta alla mafia di cui è tuttora presidente.