Spesso gli slogan hanno la meglio sul ragionamento e le promesse elettoralistiche oscurano i veri problemi. Quasi quattro giovani su dieci sono disoccupati. Un’intera generazione rischia di non avere un futuro o di averlo incerto e precario, per arrivare forse non si sa quando a una pensione di fame. Redditi e potere d’acquisto sono in caduta libera, il 41 per cento delle famiglie non arriva a fine mese (dati Swg), decine di imprese chiudono mentre la finanza continua le sue attività speculative e le banche comprano Btp invece di prestare  soldi alle aziende. Di fronte ad urgenze come queste si assiste, almeno nella fase iniziale di questa campagna elettorale, ad un goffo esibizionismo di terminologie e luoghi comuni tanto nobili quanto astratti, utili solo a confondere le idee. C’è chi proclama il superamento della dialettica destra-sinistra in nome di un sano e incolore pragmatismo (generalmente di centro dove pare si concentrino tutte le virtù della politica). C’è la sterile competizione tra chi si dice più progressista dei progressisti e accusa di conservatorismo quanti cercano di opporsi allo smantellamento del welfare. Tutti poi sono riformistianche se viene il dubbio che qualcuno usi questa parola a sproposito perché o le riforme ci fanno del bene oppure è difficile chiamarle riforme. Una delle parole più abusate è libertà. Ma se non è riempita di contenuti sociali anche questa è una parola vuota. I francesi, non a caso, l’hanno associata ad uguaglianza e fraternità. E infatti, la parola che può aiutare l’elettore confuso a ritrovare un barlume di luce è proprio uguaglianza. I dati diffusi dall’Organizzazione Internazionale 

del Lavoro, confermati dal Fondo Monetario Internazionale, dicono chiaramente che le diseguaglianze sono andate aumentando negli ultimi trent’anni e hanno contribuito a determinare quel problema di domanda e di spesa delle famiglie che a sua volta porta ad aggravare la crisi perché se la gente non può spendere, le aziende non producono e se non producono chiudono e licenziano. Incuranti di questa spirale perversa, le ricette economiche neoliberiste all’insegna dell’austerità per chi già non ce la fa a arrivare alla fine del mese, il rigorismo a suon di tagli e tasse applicati con l’accetta stanno spingendo sempre più famiglie nel baratro dell’indigenza e della povertà generando nuove e più profonde diseguaglianze con il rischio di uno scollamento insanabile tra mercato e democrazia, diritti di libertà e sviluppo economico. Forse è di questo che bisognerebbe parlare, cioè di come creare posti di lavoro e redistribuire il reddito a vantaggio di salari, stipendi e pensioni. E allora, intorno al tema del lavoro e dell’uguaglianza tornerebbero ad avere un senso anche termini come destra e sinistra, conservazione e progresso, riforme e controriforme. E soprattutto, di fronte al fallimento delle politiche liberiste, non sarebbe il caso di chiedersi se è possibile un’altra economia?

Da www.nuovoconsumo.it