di
Laura d'Ettole

«Se un "wazungu" si metterà una di queste nostre magliette, vuol dire che tu, giovane amico, sei uno stregone che ha fatto una grande magia».
Nello stupore di Mumbi, giovane donna keniota, sta tutta la forza e la grandezza del progetto Fashion Freedom. Ovvero 50.000 T-shirt disegnate da tre giovani stilisti (Erkan Coruh, Elisa Palomino, Rosa Clandestino) con l'obiettivo specifico di produrle in Africa, in Kenia, in Uganda e immetterle nel circuito Coop.
A confezionarle per i "wazungu" - l'uomo bianco nel dialetto keniota, con un quid di sprezzante che risale all'era coloniale - sono più di 4000 donne dei villaggi Turkana, Sanburu e Masai in Kenia, Gulu nel nord dell'Uganda e nelle baraccopoli di Nairobi e Kampala.
Decorate, fantasiose, colorate, le magliette sono ispirate all'estetica del continente nero, ma sono anche qualcosa di più. Sono il prodotto di quelle specifiche, secolari conoscenze manuali delle donne africane: «Vuoi mettere qui le perline? Non vorrai mica insegnare a noi come farlo?»: così dicevano le donne masai; i tre stilisti scuotevano la testa quasi divertiti. E così hanno "africanizzato" un po' le loro creazioni.

Design equosolidale
"Fashion Freedom" è un progetto di design equosolidale che nasce dalla collaborazione di Coop, AltaRoma e International trade center (Itc), un'agenzia delle Nazioni unite che lavora con le popolazioni più povere del mondo. I veri dannati della terra: famiglie che vivono in baraccopoli ai margini di tutto. Senza acqua né fognature, senza scuole né servizi minimi, e meno di un dollaro al giorno per la sopravvivenza.
L'Itc opera da tempo per creare reti di commercio, organizzare e sviluppare le capacità produttive femminili. «Lavoriamo con molte case di moda in Italia e nel mondo e abbiamo creato una rete di quasi 7000 donne in Kenia e Uganda che vivono in aree rurali molto marginali», dice Simone Cipriani, dirigente di Ethical Fashion (Itc).

Fra zebre e giraffe
Un centro logistico organizzativo a Nairobi, e una centrale produttiva in ogni comunità. Sia essa chiesa, tenda o baracca: qui l'Itc organizza formazione, sviluppo delle capacità produttive, distribuzione materiale e controllo qualità.
Non troppo lontano si vede passare una giraffa, una zebra, qualche elefante perfino.
La grande fabbrica diffusa di "Fashion Freedom" funziona così. Le donne vengono aiutate a organizzarsi in cooperative: da 10 a 100 fino a 200 componenti. I mezzi di produzione molto spesso li hanno, perché lavorano come sarte per il mercato locale nelle loro baracche. L'Itc le associa nei centri; le più intraprendenti comprano o affittano locali propri. Ogni aggregazione di donne definisce le proprie priorità: acqua, scuola, sanità. Un'agenda sociale in cui la comunità reinveste parte dei propri profitti. Niente lavoro minorile, orari e paghe sindacali, ferie regolari: il loro lavoro è supervisionato e tutelato dal Fair Labor Association, l'organizzazione impegnata nel migliorare le condizioni di lavoro in tutto il mondo.
Queste donne con la loro attività beneficano almeno quattro persone, in più garantiscono l'acqua, l'assistenza sanitaria, la scuola per i propri figli. In quello che fanno c'è poi un'aria di forte riscatto: «se i "wazungu" ora amano le nostre cose, vuol dire che il mondo allora è cambiato!».
Forse è proprio così, Mumbi. Magari soltanto un po', ma la cultura del mondo forse sta cambiando davvero.

Le T-shirt per donna, bambina e bambino, della linea di moda etica Fashion Freedom, sono in vendita dal 2 maggio in promozione in tutti gli ipermercati e supermercati fino a esaurimento scorte.