di
Silvia Fabbri

Le imprese cooperative in Toscana di fronte alla crisi

Intervista a Stefano Bassi, Presidente di Legacoop Toscana

  

«Nel 2010 le imprese cooperative erano riuscite a contrastare la crisi che però, nell'anno appena passato, si è sentita tutta»; esordisce così Stefano Bassi, presidente di Legacoop Toscana. Lo abbiamo incontrato per conoscere meglio la situazione economica, i problemi dell'imprenditoria toscana e quelli delle cooperative in particolare.

 

Quali sono gli aspetti più importanti che mettono in crisi l'economia regionale?
«La diminuzione dei consumi, il blocco delle opere pubbliche, le restrizioni alla spesa sociale. Ciò ha effetti sulle cooperative che vedono ridursi gli utili. Poi ci sono aspetti più specifici che riguardano i vari settori. Nelle costruzioni dobbiamo rilevare la scomparsa delle grandi imprese edili toscane; questo ha portato con sé motivi di grande difficoltà per le cooperative edili e per il consorzio Coop Etruria, a esempio. Poi, ci sono i ritardi nei pagamenti degli enti locali e dello Stato. In pratica il settore pubblico si fa finanziare dalle imprese, pagando le commesse con notevole ritardo. Questo sistema mette in crisi le cooperative sociali e di servizi, per esempio, che lavorano nei musei, negli asili, nella sanità, svolgendo compiti che gli apparati pubblici non svolgono più. E poi c'è la situazione di calo del mercato immobiliare, che pone problemi alle cooperative di abitanti che si trovano invenduti parte degli appartamenti costruiti. E il 2012 si presenta anche peggio».

 

Insomma, un panorama a tinte fosche. Come si difendono le imprese cooperative?
«In generale c'è da dire che il principio cooperativo degli utili destinati a riserva ha funzionato, e ha dato una solidità patrimoniale che in questi momenti è importante. E poi c'è la spinta a riorganizzarsi per diminuire i costi, e l'inventiva per trovare nuove strade.
La cooperativa di abitanti Unica, ad esempio, ha cercato negli affitti e nelle vendite senza mutuo un modo per collocare gli appartamenti, creando un "mercato immobiliare" nuovo e che comunque è una soluzione anche sociale, utile per le giovani coppie e per famiglie in difficoltà. Così le cooperative sociali che investono per creare asili nido in convenzione con i Comuni o anche gestiti in proprio rivolgendosi direttamente ai privati che hanno bisogno del servizio».

 

Qual è l'aspetto più importante che hanno le cooperative rispetto alle imprese private?
«La tutela del lavoro. Le cooperative hanno come principale patrimonio quello del lavoro dei propri soci e dipendenti. Anche in questo periodo difficile abbiamo firmato decine di rinnovi di contratti collettivi che tutelano ulteriormente coloro che lavorano in cooperativa ed utilizzato scarsamente la cassa integrazione. Nella distribuzione cooperativa, per esempio, siamo riusciti a firmare un contratto nazionale in maniera unitaria, con tutte le organizzazioni sindacali, mentre nel settore privato il contratto è stato firmato solo da due sindacati. Garantisce maggiore elasticità alle cooperative nell'utilizzo delle risorse umane, ma è anche migliorativo per i lavoratori. Infine voglio sottolineare il ruolo importante che hanno le cooperative nell'integrazione e nell'accoglienza degli immigrati dal sud del mondo. Nei servizi (pulizie e trasporti, ad esempio) le percentuali di lavoratori immigrati è molto alta - contiamo circa 1.400 unità -, e a loro è assicurata l'integrazione e il trattamento normativo e salariale dei contratti di lavoro».

 

Ci puoi citare le esperienze importanti in questo momento?
«Voglio citare due settori che sono rilevanti e strategici per la ripresa economica. Il settore delle energie rinnovabili, con la cooperativa Cellini, che si occupa d'impiantistica. Nelle scorse settimane ha realizzato l'impianto fotovoltaico più grande della regione, a Cavriglia in provincia di Arezzo, nelle ex cave di torba. L'altro è il settore agricolo, dove le nostre cooperative tengono le posizioni con coltivazioni specializzate e con produzioni di qualità nella trasformazione dei prodotti agricoli».

 

Quando si parla di cooperative, in genere si etichettano come rosse. È ancora prevalente la connotazione ideologica?
«Direi di no. Oggi le tre centrali cooperative (Lega, Confcooperative, Agci), che hanno costituito l'Alleanza cooperativa, su quasi tutte le grandi questioni si presentano unitariamente. Rispetto alle ragioni delle proprie origini politiche e ideali, prevale la consapevolezza che i problemi e le soluzioni sono importanti per tutti. Abbiamo da salvaguardare e sviluppare una forma imprenditoriale che coniuga le ragioni dell'impresa con quelle della socialità, il ruolo del socio preminente rispetto al capitale. Tutte le ragioni, insomma, che hanno indotto i padri della Costituzione repubblicana a dare un ruolo particolare alla cooperazione. E rappresentano un collante fra le tre centrali più forte delle diverse origini».

 

In conclusione, perché si dovrebbe oggi continuare a fare impresa cooperativa?
«Perché nella propria natura le imprese cooperative sono "a misura d'uomo", perché privilegiano gli interessi del lavoro e della creatività, rispetto al profitto e al mercato. Perché essendo in cooperativa, non si è soli di fronte alla crisi e si riesce a "fare rete" con le altre cooperative. La crisi economica mondiale nasce anche da una crisi culturale e di valori, e si riuscirà a uscirne solo con l'innovazione e la socialità. E fare questo in cooperativa è più facile perché è nel nostro Dna».