Gli scenari sono apocalittici, Venezia e Manhattan come novelle Atlantidi e territori desertici a sud della Toscana: scenari che potrebbero diventare reali, se non ci diamo una mossa, già nella seconda metà di questo secolo. E se il 2100 sembra una data così lontana da apparire fantascientifica, pensiamo allora al 2050. Se non interrompiamo i meccanismi che riscaldano il pianetainquinamento per immissione nell’atmosfera dei gas serra residuo dell’uso smodato di combustibili fossili - le estati diventeranno sempre più calde, la siccità metterà in ginocchio la nostra agricoltura (e i nostri rubinetti) e ci ammaleremo di malattie tropicali di cui non avremmo mai immaginato le minacce. Allarmismi? Nient’affatto. Ce lo conferma Luca Mercalli climatologo, presidente della Società meteorologica italiana, membro del pool di cervelli chiamati dall’Unione Europea ad allontanare dalla civiltà contemporanea la spada di Damocle del riscaldamento globale, il Climate Broadcast Network. "La situazione - spiega Mercalli - come del resto era stato previsto, è drammatica. I segnali già ci sarebbero, a saperli interpretare: non solo in Italia, ma in tutto il mondo, è stata registrata una delle siccità peggiori della storia. L’estate del 2012 è stata la seconda più calda di tutti i tempi, dopo quella del 2003: due record che non hanno avuto eguali e a distanza così ravvicinata... In più quest'ultima è stata quella in cui si è ridotto di più il ghiaccio artico e anche quello alpino di casa nostra".

Eppure c’è chi continua a minimizzare. Basta un bel temporale, o un inverno piuttosto rigido, per farci dimenticare il riscaldamento globale e i rischi che corriamo... 
Di questi temi si parlava già a Rio nel ’92, alla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici. Ma allora avevamo meno indicatori, ci si doveva affidare a previsioni basate su segnali ancora timidi, da interpretare con i modelli a nostra disposizione. Ci ritroviamo vent’anni dopo e cosa succede? Che stiamo assistendo proprio ai processi che avevamo previsto. Tuttavia, politica e economia reagiscono girandosi dall’altra parte. Magari non necessariamente negando l’esistenza dei fenomeni, ma semplicemente facendo finta di niente. Ormai i sintomi della malattia sono chiari, eppure non si fa nulla. In più la crisi economica seppellisce ogni tentativo di miglioramento. Le energie alternative? Non sono una priorità, evidentemente, visto che si continua a trivellare.

Quali sono questi sintomi che dovrebbero apparire evidenti anche a noi, che non siamo climatologi?
Le due estati più calde di sempre in un solo decennio. Il caldo così elevato provoca maggiori consumi di elettricità, siccità, crisi delle colture, incendi, diffusione di nuove malattie, di insetti dannosi come la zanzara tigre. Stanno cambiando i ritmi stagionali, le migrazioni degli uccelli, l’ambiente cerca faticosamente di adeguarsi a queste terribili novità. E poi bisogna aggiungere anche l’intensificazione degli eventi più estremi, come le alluvioni. Che del resto diventano sempre più pericolose per via della dissennata cementificazione del nostro territorio. Senza dimenticare l’innalzamento dei mari. Per noi non è ancora un problema, ma andatelo a chiedere agli abitanti delle isole del Pacifico, come si sentono. Quello che voglio dire è che ci sono processi così giganteschi che se un’evidenza piena fosse già sotto i nostri occhi vorrebbe dire che è già troppo tardi. Invece abbiamo ancora qualche margine di manovra.

Ci dica i tempi di questo count down, Mercalli.
Da qui a dieci anni forse non succederà ancora niente di catastrofico. Diciamo che la malattia del pianeta si cronicizzerà e assisteremo a estati calde come quella appena trascorsa, ma sempre più frequentemente. I prossimi dieci anni, comunque, saranno decisivi: perché proprio questo sarà l’arco del periodo in cui potremo intervenire e fare qualcosa, per i nostri figli e nipoti, perché non si trovino alla fine di questo secolo a fronteggiare eventi catastrofici. L’obiettivo è contenere l’aumento della temperatura globale entro i tre gradi, che già sono un’enormità. Sennò si arriverebbe a un aumento di sei gradi, cioè al cataclisma. Al cambiamento della biosfera. A un mondo che non possiamo neppure immaginare, che l’umanità non ha mai sperimentato. Che succederà? Con sei gradi in più il livello dei mari che si alza di oltre un metro, c’è il sovvertimento di fauna e flora, modificazione dei territori. Il pianeta è sovrappopolato e dunque accadranno grandi spostamenti di masse di persone, ma nel mondo non c’è più un grande far west che ci aspetta, e allora ci saranno enormi pressioni demografiche, tensioni sociali, profughi, guerre.

Abbiamo dieci anni di tempo per tentare di guarire il pianeta e del resto lei ha anche scritto un libro che si intitola "Prepariamoci. Un piano per salvarci". Qual è il piano?
Dobbiamo mettere in campo un mix di azioni a livello individuale e politico. In generale dobbiamo capire che stiamo vivendo al di sopra dei mezzi del pianeta, usiamo più risorse di quelle che ci possiamo permette. E quindi dobbiamo rientrare nei ranghi. Cioè adeguare i nostri consumi alla reale disponibilità del solo pianeta che abbiamo. Fino ad ora abbiamo sperperato un enorme capitale naturale: non solo quello a nostra disposizione, ma anche quello a disposizione delle generazioni future. Provocando un inquinamento che non ha conseguenze solo sul clima, ma anche sulla nostra salute. Per dirla in poche parole: quello che fa male al clima, fa male anche a noi. Vogliamo parlare di gas di scarico? Una parte di questi, il CO2, compromette il clima; un’altra parte compromette la nostra salute. Ripeto: la terra ha dei limiti, decisi dalle leggi fisiche, e non possiamo ignorarli. Allora dobbiamo anzitutto diminuire lo spreco e i consumi; e poi bloccare la crescita demografica, perché se Luca Mercalli cambia la lampadina e la sostituisce con una a risparmio energetico, cosa che devo assolutamente fare, beh, è una cosa inutile se contemporaneamente si accendono 80 milioni di nuove lampadine all’anno. Perché è questo il ritmo della crescita demografica. Ovviamente è importante mettere in pratica tutto ciò che ci può offrire la tecnologia: energie rinnovabili, riciclo dei rifiuti, modelli di sostenibilità ambientale... insomma cosa c’è da fare è noto, lo ripetiamo da anni, tanto che ormai è diventato un chiacchiericcio di sottofondo. Dobbiamo prendere una volta per tutta una decisione, perché siamo già al punto di non ritorno: vogliamo vivere o arricchirci finché sia possibile sfruttando le poche risorse che ancora restano?"

Dal protocollo di Kyoto al 20-20-20
Il clima e una storia di accordi ignorati
La storia della battaglia contro i gas serra è irta di fallimenti, mancati accordi, accordi sottoscritti ma non rispettati. A partire dal protocollo di Kyoto, adottato l’11 dicembre 1997: è uno strumento giuridico internazionale volto a combattere i cambiamenti climatici. Contiene gli impegni dei paesi industrializzati a ridurre le emissioni di alcuni gas responsabili del riscaldamento del pianeta.
La Comunità europea ha firmato il protocollo il 29 aprile 1998. Gli Stati Uniti (che sono il primo paese del mondo per emissioni di gas serra) non hanno ratificato l'accordo. Il protocollo di Kyoto concerne le emissioni di sei gas ad effetto serra: biossido di carbonio; metano; protossido di azoto; idrofluorocarburi; perfluorocarburi; esafluoro di zolfo .
L’impegno collettivo era quello di ridurre le loro emissioni di almeno il 5%, rispetto ai livelli del 1990, nel periodo 2008-2012. Nell’ambito dell’accordo, l’Italia ha sottoscritto un obiettivo di riduzione emissiva del -6,5%: tale obiettivo di riduzione è stato identificato sulla base delle indicazioni di Enti di ricerca nazionali. Secondo il Rapporto dell’Ispra del 2011 le emissioni nazionali totali dei sei gas serra espresse in CO2 equivalente, sono diminuite del 5,4% rispetto ai livelli del 1990. Un risultato forse dovuto più al calo di produttività del nostro paese che al rispetto degli impegni assunti attraverso l’adozione di misure strutturali. 

A dicembre 2008 l’Unione Europea ha approvato il pacchetto europeo “clima-energia”, conosciuto anche come strategia “20-20-20” in quanto prevede entro il 2020: il taglio delle emissioni di gas serra del 20%; la riduzione del consumo di energia del 20%; il 20% del consumo energetico totale europeo generato da fonti rinnovabili.
In questi anni si vanno ripetendo le COP (Conference of the Parties), rivolte alla definizione degli obiettivi per il periodo “post-Kyoto”, dal momento che il Protocollo di Kyoto termina alla fine di quest’anno: la Conferenza di Copenhagen (dicembre 2009) ha lasciato molta delusione, non riuscendo a raggiungere alcun accordo. Anche la Conferenza di Cancun (del dicembre 2010), non è riuscita ad organizzare un’azione coordinata tra gli Stati nazionali per il contrasto al cambiamento climatico, obiettivo che non è stato ottenuto neppure con la più recente Conferenza di Durban (nel dicembre 2011).