Riscaldamento del pianeta e cambiamenti climatici

di
Roberto Cavallini

 

Riscaldamento del pianeta e cambiamenti climatici. 190 Paesi, oltre 150 capi di stato e premier si incontrano per la conferenza mondiale sul clima a Parigi. Obiettivo: contenere i cambiamenti climatici che rischiano di ferire gravemente o addirittura uccidere il pianeta.

A Parigi, in un Paese, quello di Francia, ancora sotto choc per l’orrore delle stragi subite dal terrorismo, l’ultima delle quali solo alcuni giorni fa, si sta svolgendo mentre andiamo in stampa, la ventunesima Conference of the Parties, meglio conosciuta come Cop21. L’obiettivo dovrebbe essere quello di risposte incisive e condivise per cercare di frenare nei prossimi decenni il riscaldamento del Pianeta, limitare la escalation nelle emissioni di CO2, arginare i disastri ambientali determinati dall’aumento delle temperature nella nostra atmosfera e nei nostri oceani.

La nostra attenzione sarà inevitabilmente veicolata dai mass media verso i temi della sicurezza e dei pericoli di ulteriori attacchi terroristici ed è anche nelle nostre corde esprimere in questa occasione i sentimenti di solidarietà e di partecipazione al lutto della comunità francese e internazionale e la necessità di una salda e efficace unione della comunità democratica internazionale contro il terrorismo e tutti i fondamentalismi portatori di morte e distruzioni.

Guai a dimenticarsi l’oggetto del summit. Gli effetti dei cambiamenti climatici possono nel tempo assumere i termini di una sfida non meno pericolosa, per l’intera umanità. Ci ricordiamo la sfida che le Nazioni Unite lanciarono agli inizi di questo nostro nuovo secolo, per gli otto obiettivi di sviluppo che dovevano abbattere la fame e la povertà nel Mondo? Alle parole e ai solenni impegni hanno corrisposto azioni deboli e altamente insufficienti. Il risultato previsto è stato largamente disatteso e deludente. Oggi tra i 17 goals attesi con la Nuova agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile -  adottata dall’ONU lo scorso settembre - ci sono ancora gli obiettivi della cancellazione della povertà estrema, il miglioramento delle condizioni igienico sanitarie per miliardi di cittadini del Mondo, il contenimento dei cambiamenti climatici e l’abbattimento delle cause del progressivo inquinamento del Pianeta. Ma non basterà l’appello ad un maggiore coinvolgimento della società civile globale senza veri e propri vincoli giuridici e sanzioni incisive e pesanti per i Paesi inadempienti.

Popoli, Governi e Comunità Internazionali per salvare il Pianeta.  Una occasione imperdibile, quella di Parigi per porre un freno alla devastazione ambientale in atto con politiche scellerate di sviluppo incontrollato. Non a caso il 29 novembre scorso, vigilia dell’apertura dei lavori della conferenza, in centinaia di città e capitali si sono svolte manifestazioni, organizzate da associazioni  e forze sociali tra le più rappresentative, che hanno portato in piazza milioni di cittadini di ogni razza, religione e orientamento politico, per esigere che alle promesse seguano i fatti. Ban Ki-Moon ha annunciato che  “i leader mondiali hanno convenuto che Parigi deve essere il pavimento, non il soffitto dell’ambizione collettiva e hanno espresso il loro sostegno al raggiungimento di un accordo che consenta di contenere sotto i due gradi centigradi l’aumento della temperatura globale, puntando sull’investimento in energie pulite e sull’abbandono delle fonti fossili come petrolio e carbone nei cicli produttivi.” E il presidente degli Stati Uniti, Obama, nel suo intervento al vertice dello sviluppo sostenibile ha evidenziato come  “ La stessa volontà che ha prodotto la rivoluzione industriale e quella digitale può produrre una rivoluzione energetica. Tutti i nostri Paesi saranno colpiti dal “climate change” – ha detto –, ma le persone più povere del pianeta porteranno il fardello più pesante, dall’innalzamento del livello dei mari all’aumento della siccità. E vedremo sempre più rifugiati del clima”.        

Cambiamenti climatici, il prezzo lo pagheranno i più poveri. Lo afferma un rapporto diOxfam International – Le chiavi di svolta per un accordo sul clima di Parigi (/www.oxfamitalia.org ) lanciato nei mesi scorsi in occasione della conferenza sul clima. Sarà di 790 miliardi di dollari il costo che i paesi in via di sviluppo dovranno sostenere per adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici di qui al 2050, se non verranno mantenuti gli impegni sul taglio delle emissioni in atmosfera. Una cifra a cui si aggiungono le perdite che le economie dei paesi poveri accumuleranno ogni anno, stimate in ben 1.700 miliardi di dollari. Si tratta del il 50% in più rispetto alla spesa preventivata in caso di aumento di soli 2°C delle temperature (circa 520 miliardi di dollari). In altre parole, quattro volte i fondi stanziati lo scorso anno dai paesi ricchi in aiuto allo sviluppo.

“L’impegno per raggiungere un accordo sul clima sta crescendo, ma quanto è stato messo sul tavolo non è ancora sufficiente – afferma Winnie Byanyima direttrice generale di Oxfam International - Il nostro rapporto mostra infatti come il cambiamento climatico costituisca una delle maggiori sfide che le persone più povere del pianeta dovranno affrontare in futuro: una situazione di cui i paesi in via di sviluppo hanno pochissime responsabilità”.  E Elisa Bacciotti -  direttrice delle campagne di Oxfam Italia  - aggiunge “I leader mondiali devono cambiare passo . Sono necessari ulteriori tagli alle emissioni e un incremento dei fondi per il clima, per far sì che le popolazioni più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici, già colpite da alluvioni, siccità e fame, possano adattarsi e sopravvivere alle trasformazioni che ci attendono.. A Parigi l’Italia può dimostrare di voler contribuire in maniera significativa a questa sfida. Clima, fame, povertà: la sfida è la stessa”.

 “La scienza ci dice che dobbiamo agire velocemente sul cambiamento climatico e Parigi è la nostra occasione – afferma  Marco Lambertini, direttore generale del WWF International -.  Abbiamo bisogno di un piano climatico incisivo in grado di tagliare drasticamente il carbone , promuovere l'energia rinnovabile, fornire il sostegno finanziario promesso e proteggere gli ecosistemi a forte assorbimento di carbonio come le foreste e gli oceani. Solo un'energica azione a Parigi ci potrà aiutare a rispondere a tali esigenze e mantenere il ritmo necessario per evitare un cambiamento climatico fuori controllo e assicurare un futuro sicuro per tutti noi.”

Gli impegni sottoscritti, le risposte attese. Gran parte dei Paesi partecipanti hanno annunciato che vogliono ridurre  le proprie emissioni annue di gas serra alla scadenza degli impegni presi per il 2020. Ma il taglio annunciato è a inferiore a quanto e necessario per avere una qualche  possibilità di successo contro le conseguenze dei cambiamenti climatici. In base agli impegni assunti, nel 2030 avremo 55-60 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 equivalente all'anno a livello globale, contro i 68 miliardi di tonnellate altrimenti previsti. La garanzia del  più del 50 per cento di possibilità di contenere l'aumento delle temperature al di sotto di 2°C rispetto all'era preindustriale, equivale però di 40 miliardi di tonnellate. La transizione a un modello di crescita a basso tenore di carbonio è possibile - scrive Lord Nicholas Stern,  economista e accademico inglese, autore del Rapporto Stern sui cambiamenti climatici pubblicato nell'ottobre del 2006 -,  ma richiede sin d'ora cospicui investimenti e decisioni cruciali sull'urbanistica, i sistemi energetici e il consumo del suolo. Sono necessari 90 trilioni di dollari da investire in infrastrutture, soprattutto nei paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti, ma occorrerà impegnare queste risorse in maniera oculata per ottenere, come afferma il rapporto della Commissione Globale sull'Economia e il Clima del settembre 2014. È importante, inoltre, che a Parigi si crei la fiducia necessaria ad essere più ambiziosi, che si traduca in più fondi per ricerca, sviluppo e innovazione.  Ma la fiducia dipende anche da come i paesi più ricchi, tra cui Italia e Regno Unito, saranno in grado di dare l'esempio attraverso politiche virtuose e risultati concreti, non solo a livello nazionale e internazionale, ma anche a livello locale”.

La soglia di 2C di incremento delle temperature non basta. Occorre dimensionare l’obiettivo che non superi 1,5°C. Attualmente, gli impegni finanziari sul clima per aiutare i paesi più poveri ad adattarsi e svilupparsi secondo modelli a basso impatto di carbonio arrivano soltanto fino al 2020. Se anche si manterrà l’impegno, siglato a Copenaghen sei anni fa, per lo stanziamento di 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2020, sarà comunque necessario un incremento dei fondi, che in gran parte dovranno essere usati per aumentare la capacità di adattamento al cambiamento climatico.  Sempre Oxfam indica quali sviluppi sono ancora possibili nel corso del summit di Parigi per limitare l’impatto dei cambiamenti climatici sulle persone più povere del pianeta, attraverso maggiori stanziamenti, un significativo e ambizioso taglio delle emissioni in atmosfera, e una particolare attenzione alla tutela dei soggetti più vulnerabili, come le donne.

Le proposte delle organizzazioni della società civile. La mobilitazione per limitare gli effetti del surriscaldamento climatico impegna ormai da anni una grande quantità di organizzazioni e associazioni di cittadini. La consapevolezza di come gli effetti del nostro operare influenzino la nostra vita quotidiana è diffusa. Chi non conosce gli effetti del surriscaldamento anche nella nostra regione? Dalla cancellazione della produzione agricola, lo scorso anno, per effetto della mosca, alla moria di pesci per il surriscaldamento delle acque di Orbetello la scorsa estate, che hanno messo in ginocchio tutto il comparto della pescicoltura, ai danni causati dalle bombe d’acqua alle tempeste di vento. Occorre quindi un insieme organico di misure che partano dalla informazione su quanto ognuno di noi, con le sue abitudini consolidate che vanno cambiate, può fare, inclusi piccoli gesti di risparmio energetico e di tutela del territorio. Ma occorre soprattutto che la comunità internazionale, i singoli governi e chi regge il timone delle diverse economie e delle politiche di sviluppo dìa risposte vere alla mancanza di finanziamenti per sostenere le capacità di adattamento dei paesi in via di sviluppo. Per raggiungere questo obiettivo è necessario fissare perciò uno stanziamento minimo di 35 miliardi di dollari entro il 2020 o 50 miliardi entro il 2025. Oltre all’aumentato impegno finanziario dei cosiddetti paesi ricchi, è indispensabile incrementare i contributi provenienti da paesi come Russia, Corea del Nord, Messico, Arabia Saudita e Singapore. Raggiungere un accordo su un obiettivo a lungo termine in cui i paesi ricchi assumano la guida per una graduale eliminazione dei combustibili fossili. Annunciare nuove forme di finanziamento per il clima, come l’allocazione di parte del gettito della futura Tassa europea sulle Transazioni Finanziarie al Fondo Verde per il Clima, ponendo così fine alla sottrazione di risorse di aiuto pubblico allo sviluppo destinate alla finanza climatica. Predisporre infine fondi per le perdite e i danni, causati dai cambiamenti climatici, che possano assicurare alle popolazioni più povere l’aiuto di cui hanno bisogno quando le misure preventive risultano del tutto inefficaci.

Tutto ciò è necessario e urgente. E non è detto che, anche con l’assunzione piena e rigorosa di questi impegni, ce la potremo fare.

roberto Cavallini