di
Roberto Cavallini

Uno dei motti che Ralph Nader, storico fondatore del movimento consumerista negli Stati Uniti, ha ripetuto per anni è che il “consumatore vota ogni volta che va a fare la spesa”. Questo perché scegliere un prodotto o un altro, privilegiare un tipo di consumo o un altro è un modo diretto e concreto per incidere sul mondo che ci circonda e sui meccanismi che lo fanno funzionare. Ed è proprio in piena sintonia con questo principio che funziona l’impegno sempre più diffuso per far conoscere e utilizzare ai consumatori gli strumenti che consentono di valutare l’impronta ambientale dei prodotti che acquistiamo. Una impronta che calcola il peso complessivo, lungo tutto il ciclo produttivo (dalla coltivazione, alla lavorazione, al trasporto e anche al modo di consumare) di quel che mettiamo nel carrello quando facciamo la spesa.

Il calcolatore Coop

Coop lavora già da anni su questi temi e ora, come ulteriore passo avanti, propone sul proprio sito internet (www.coopambiente.it) un gioco che è però “molto serio” dal momento che consente di calcolare quanto pesa la spesa che facciamo in termini di emissioni di CO 2 , o per dirla più scientificamente, qual è il suo Carbon footprint, ovvero la quantità di gas serra, cioè quelli che contribuiscono al riscaldamento dell’atmosfera e che vengono emessi per produrre quel determinato prodotto (il conteggio è espresso in chilogrammi di CO 2 equivalenti).  “Da una decina d’anni – spiega ClaudioMazzini, responsabile Sostenibilità di Coop Italia – stiamo lavorando su questi temi il che significa un impegno concreto che riguarda tutte le fasi della nostra attività e che si riassume in un principio chiave che è quello di puntare alla sostenibilità delle scelte che compiamo. Noi come azienda che produce facciamo la nostra parte, ma altrettanto importante è che i consumatori siano consapevoli al momento delle loro scelte. Il “calcolatore” che ora è disponibile su internet è rivolto a loro, alle famiglie, ma è solo una tessera in un mosaico più ampio, che coinvolge l’impegno per la riduzione degli imballaggi, campagne come “Acqua di casa mia” per il consumo consapevole dell’acqua. In questo caso specifico, visto che si parla di alimentazione e di cibo, su cui è incentrato il nostro “calcolatore” fondamentale è per noi il riferimento ai principi di una dieta corretta ed equilibrata che è quella indicata nelle linee guida per una sana alimentazione italiana pubblicate dall’Istituto nazionale di Ricerca per gli alimenti e la Nutrizione (http://www. inran.it/648/linee_guida.html). Questo perché, come succede in tante altre situazioni, se è assolutamente vero che tra i prodotti ci sono differenze consistenti nell’impatto ambientale, è anche vero che più che il prodotto in sé, a far la differenza è il consumo e più o meno equilibrato che se ne fa. Un esempio tipico è la carne, che ha ovviamente un peso molto superiore alla verdura come carbon footprint, ma se consumata in maniera equilibrata anche dal punto di vista ambientale non rappresenta un problema”. Poi se io la mangio più volte al giorno, allora il discorso cambia e il nostro contatore di CO 2 sale...

Cos’è l’Lca?

Ma facciamo un passo indietro e con l’ingegner Massimo Marino, che con la società Life Cycle Engineering, si occupa proprio della diffusione e applicazione delle valutazioni di impatto sui prodotti, di capire cosa siano sigle come Carbon footprint o il Life Cycle Assesment. “Il carbon footprint consente di rendicontare le emissioni di gas serra di un processo produttivo per una qualsiasi filiera di prodotto, alimentare e non. Life cycle assessment significa che questo calcolo viene effettuato sull’intero ciclo di vita di un prodotto secondo le indicazioni di uno standard internazionale: la ISO 14040. Dunque chi fa questi studi seguendo le regole condivise in modo trasparente e rigoroso dovrebbe giungere a risultati simili”.  E in base a questi principi ci sono indicazioni piuttosto chiare che emergono, perché tra il consumare un chilo di carne, o di verdura o di formaggio il carbon footprint cambia e di tanto. “Certo- spiega Marino – perché, pur con tutte le cautele del caso e tenendo conto che esistono modi diversi di allevare un capo di bestiame come di coltivare un campo, per un chilo di carne si emettono circa 20 chilogrammi di CO 2 equivalente, mentre per il formaggio siamo intorno ai 10 chilogrammi di CO 2 e con la verdura fresca si scende a meno di 1.

Prendiamo l’acqua: 100 litri di acqua minerale che viaggiano per 100 chilometri per arrivare dalla fonte al negozio (ma spesso i chilometri sono molti di più) comportano un’emissione almeno pari a 10 chilogrammi di CO 2 , mentre la stessa quantità di acqua che viene dal rubinetto comporta l’emissione di 0,04 kg di CO 2 ”.  Detto questo Marino aggiunge un concetto importante: “I calcoli sul carbon footprint non portano a risultati esatti in senso assoluto, nel senso che servono a sensibilizzare e indicare una problematica. E vanno dunque usati in maniera equilibrata e intelligente. Non sono indicatori assoluti”.

Obiettivo sostenibilità

Ormai nella comunità scientifica sono più di 30 anni che si è cominciato a parlare di queste cose, cioè a valutare gli impatti ambientali dei processi produttivi. Poi negli ultimi anni, un po’ per semplificare e per facilitare la comprensione, ci si è concentrati soprattutto sul carbon footprint (ma esiste anche il water footprint, che valuta il consumo di acqua e un indicatore più complessivo che è l’ecological footprint). “La premessa culturale di tutte queste attività è che se si vuole uno sviluppo sostenibile dobbiamo imparare a pesare le nostre scelte. Così si stimola chi, come ad esempio Coop, fa scelte concrete in questo senso. Aggiungendo una cosa importante. Quand’anche so qual è l’impatto di un prodotto che compro, devo poi ricordarmi dei miei comportamenti a casa. Facciamo qualche esempio: per prodotti come la pasta, l’impatto della fase di cottura casalinga può valere anche quanto tutta la fase di produzione, per un prodotto come il tè, addirittura il 70% dipende dall’energia necessaria a far bollire l’acqua. Altro esempio: se compro un dentifricio con un packaging a basso impatto, come quello Coop, e poi lascio aperta l’acqua mentre mi lavo i denti, azzero tutto. Quindi quel che faccio in casa è decisivo. Per non cadere nel paradosso di chi ha il fotovoltaico sul tetto di casa e il Suv nel garage. Una cosa contraddice l’altra”.

Impronta ed equilibrio

Un altro esempio che ci aiuta a capire con quali cautele vadano utilizzate le indicazioni sull’impronta ecologica viene da un caso assai diverso: se consideriamo il solo carbon footprint l’energia nucleare è uno dei sistemi con minori impatti, ma è chiaro che ci sono ben altre considerazioni che si possono fare per dubitare sulla sostenibilità del nucleare. Dunque avanti col carbon footprint ma ricordando che, in tempi in cui spesso i furori ideologici travolgono ogni ragionamento, per avere attenzione alla sostenibilità servono anche buon senso ed equilibrio.