di
Claudio Mazzini Resp. sostenibilità, innovazione e valori - Coop Italia

Il tema del consumo di prodotti a “chilometro zero”, richiede un inquadramento che aiuti a collocare correttamente il problema. Negli ultimi decenni si è verificata una internazionalizzazione delle industrie alimentari, che sono sempre più grandi e sempre più globali. Ciò ha determinato anche un incremento delle importazioni ed esportazioni di materie prime e prodotti finiti. Dunque, mediamente i cibi, per arrivare sulla nostra tavola, percorrono sicuramente diversi chilometri in più. In questo quadro, negli ultimi anni, in tutta Europa, si stanno sviluppando esperienze e modalità di vendita diretta, “dal produttore al consumatore”. È l’attuale “chilometro zero”, o “Food miles” come dicono gli inglesi. Prendo in prestito da Wikipedia la definizione di chilometro zero: “In economia è un tipo di commercio dove i prodotti vengono commercializzati e venduti nella stessa zona di produzione”. Dunque un prodotto è “a chilometri zero” se, per arrivare dal luogo di produzione a quello di vendita e consumo, esso ha percorso il minor numero di chilometri possibile che, ovviamente, ben di rado è davvero pari a zero. L’idea di fondo, oltre a sostenere l’economia dei territorio in cui si vive, è quella di ridurre l’impatto ambientale che il trasporto di un prodotto comporta, in particolare l’emissione di anidride carbonica. Sicuramente l’idea di un mondo nel quale si avvicina il produttore al cittadino, che aiuta a riscoprire la propria identità territoriale e culturale, che preserva la biodiversità, va certamente sostenuto ed incoraggiato. Però, dal punto di vista ambientale tutti gli studi sono oramai concordi: il trasporto ha un impatto sull’ambiente, in termini di emissioni di CO2, quasi irrilevante sul ciclo di vita delle merci. Inoltre il fatto che migliaia di persone dalle città si spostino in auto per acquistare prodotti direttamente dalle fattorie non è certamente più efficiente né sostenibile.
Food mile
Recentemente il DEFRA (ministero dell’ambiente e dell’agricoltura britannico) ha pubblicato uno studio per verificare l’utilità del “food mile” come indice di sostenibilità ambientale. La conclusione è che un indicatore basato solo sulla distanza percorsa non può essere una misura attendibile dell’impatto ambientale totale. Una delle difficoltà risiede nel fatto che circa la metà del chilometraggio percorso, il 48%, è attribuibile appunto al compratore. A questo va aggiunto un aspetto meramente economico, anche laddove questa tipologia di vendita è presente da molti anni, e dove (si dice) abbia raggiunto quote del 6-8% delle vendite è evidente che il restante 92-94% è quello che determina il reddito degli agricoltori. Per questo vanno aggiunte alcune riflessioni.
La prima è che non sempre quello che è un prodotto vicino è più buono, più sicuro o più etico. La seconda è la stagionalità. Ovviamente è importante e va esaltata ed enfatizzata, e mangiare le fragole a dicembre è un errore sia ambientale che per il portafoglio. Tuttavia, se mangiassimo solo prodotti di stagione, per chi vive in Pianura Padana da ottobre ad aprile ad esempio significherebbe non mangiare i pomodori, le melanzane, i peperoni e le zucchine. O ancora le arance, i limoni o le mele dell’arco alpino, oltre ovviamente banane, ananas e tutti i frutti tropicali. Pertanto, pur riconoscendo al chilometro zero il valore di accendere un faro sull’importanza anche sociale che gli alimenti rivestono nella nostra vita, ci pare utile ragionare più che sul chilometro zero, sul chilometro vero. Acquistando prodotti che hanno una filiera corta non solo in senso metrico, ma anche di passaggi economici, di trasparenza nei diversi anelli della filiera, di conoscenza di chi ha prodotto anche se si trova lontano.