di
Mario Tozzi

Non si comprende lo sforzo di molti analisti nel voler trovare a tutti i costi qualcosa di positivo nella recente conferenza Cop15 fallita miseramente a Copenhagen nel dicembre scorso. La disponibilità a spostare qualche briciola delle immense risorse accumulate dai paesi ricchi verso quelli poveri sa più di restituzione della refurtiva che di un piano serio e concreto per opporsi al cambiamento climatico in atto. Nessun taglio nelle emissioni, anche se si prende atto che bisognerebbe farlo, nessuna data e nessun impegno: peggio di così difficilmente poteva andare.

In pratica sarebbe stato meglio lasciare stare le cose come stavano o affidarsi ancora a Kyoto che almeno uno striminzito, inutile, 6 per cento lo aveva indicato e sostenuto. La questione è antica e apparentemente non risolvibile: le nazioni industrializzate si sono sviluppate, soprattutto negli ultimi due secoli, depredando le risorse di quelle povere e inquinando il Pianeta senza curarsene affatto. Potevano essere forse giustificate nell’Ottocento, ma negli ultimi decenni è apparso chiaro quale fosse l’avvelenamento che si faceva pagare a tutta la Terra per una crescita già allora sfrenata e riservata alle oligarchie.

Insomma che la crescita senza regole dettata dal capitalismo selvaggio fosse dannosa per l’ambiente, a un certo punto, si è ben compreso. Ma ora quelle stesse nazioni pretendono che i poveri del Pianeta si sviluppino moderatamente e soprattutto senza inquinare, perché a noi fa male, senza pagare alcun dazio. Giustamente risentiti i paesi in via di sviluppo legano la loro adesione ai protocolli internazionali per la limitazione delle emissioni inquinanti a un impegno finanziario e tecnologico dei paesi ricchi ed è difficile dar loro torto. Solo che la barca è la stessa e rischiamo tutti di affondare, o meglio, di arrostire a fuoco lento, aspettative dei paesi poveri comprese.

Gli scienziati, quelli seri, indicano in una riduzione di almeno il 60 per cento della CO2 un passo veramente significativo per contrastare il riscaldamento climatico in atto, considerando che qualsiasi beneficio in termini climatici lo si apprezzerà davvero solo fra decenni, vista la grande inerzia dell’atmosfera: una ragione di più per fare prima. Eppure gli economisti del Pianeta non intendono comprendere la dura lezione: non ci sarà più alcuna crescita, nemmeno per i ricchi, se la biosfera verrà così pesantemente intaccata e il global warming non verrà contrastato. Insomma non c’è economia su un pianeta morto, perché non c’è più capitale da remunerare se quello per definizione fisso – quello naturale – viene disgregato.

E invece la Cop15 si chiude con un clamoroso insuccesso in attesa di tempi migliori che non verranno, con la segreta speranza che qualcuno possa avvantaggiarsi dalla crisi ambientale ritardando ancora un po’ misure che sono improcrastinabili. Potevano almeno risparmiarci le aspettative che avevamo riposto in un sussulto di consapevolezza e coraggio.